Il dovere della ragione dinanzi alla tragedia di via Emilia Centro

Il dramma che ha scosso nel profondo la comunità di Modena in via Emilia Centro lo scorso 16 maggio non può essere abbandonato alle reazioni emotive dello sgomento o alle strumentalizzazioni della contesa politica. Dinanzi a un evento di tale gravità, in cui un’autovettura ha falciato la folla provocando feriti gravi, la SIEP ravvisa il dovere morale e professionale di rispondere con la forza della ragione, basandosi sulle evidenze scientifiche e cliniche ed escludendo derive demagogiche. L’uomo di trentun anni che ha compiuto quell’atto criminale deve essere perseguito secondo i rigidi dettami della legge. Tuttavia, ridurre questo dramma a una mera questione di ordine pubblico o, all’opposto, a una sbrigativa e semplicistica “prova” del collasso dei servizi di cura territoriali costituisce una facile scappatoia che occulta le reali determinanti sociali e strutturali del disagio. La magistratura e gli inquirenti hanno tempestivamente chiarito come il gesto non sia riconducibile al terrorismo jihadista, escludendo falle nel sistema di prevenzione e sicurezza nazionale. Ciononostante, il sospiro di sollievo dalle autorità di fronte alla natura psichiatrica dell’evento rivela una profonda e preoccupante cecità culturale. La frequenza con cui gravi scompensi individuali si traducono in violenza pubblica non deve rassicurare, ma deve essere interpretata come una drammatica cartina di tornasole della sofferenza profonda e dell’isolamento che caratterizzano il nostro attuale modello sociale.

La smentita della pericolosità psichiatrica e la forza della comunità multiculturale

L’associazione immediata tra disturbo mentale e pericolosità sociale rappresenta un pregiudizio scientificamente infondato che rischia di far regredire la psichiatria italiana a una dimensione meramente custodiale. I dati epidemiologici internazionali e nazionali dimostrano in modo inequivocabile che, all’interno della totalità dei soggetti che commettono reati, la quota di individui affetti da un disturbo psichiatrico non supera il cinque per cento. Il restante novantacinque per cento delle condotte delittuose appartiene a soggetti psichicamente sani, evidenziando l’assoluta necessità di mantenere distinti l’ambito penale e quello clinico. La violenza fa parte della natura umana e non può essere interamente medicalizzata o neutralizzata tramite protocolli predittivi, la cui affidabilità su base individuale è clinicamente irrilevante. Inoltre, la narrazione politica incentrata sulla retorica dei “criminali di seconda generazione” e sulla richiesta di risposte esclusivamente securitarie viene smentita dai fatti stessi della tragedia di Modena. Salim El Koudri non è stato fermato da un intervento di forza dello Stato, bensì è stato fisicamente bloccato grazie al coraggio spontaneo di cittadini di diversa origine. Persone immigrate e passanti italiani hanno collaborato per neutralizzare l’attentatore e soccorrere i feriti, dimostrando che il vero antidoto alla violenza risiede nella solidarietà e nella coesione di un tessuto comunitario multiculturale. Questa risposta collettiva rappresenta la dimostrazione plastica di come una comunità attiva e integrata costituisca la prima e più efficace barriera contro la disgregazione sociale. Sul piano giudiziario, la decisione del Giudice per le Indagini Preliminari di Modena, che ha escluso il vizio totale di mente al momento del fatto disponendo la custodia cautelare in carcere pur a fronte della richiesta difensiva di un trasferimento in una Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), conferma la complessità della distinzione tra responsabilità penale e vulnerabilità clinica. Tale complessità impone una gestione rigorosa che rifiuti le semplificazioni mediatiche e rispetti i confini dell’ordinamento giuridico e della clinica.

I limiti legali delle cure e il paradosso del trattamento volontario

Per comprendere le ragioni per cui Salim El Koudri non fosse più attivamente seguito dai servizi sanitari al momento del dramma, occorre analizzare la natura giuridica dell’assistenza psichiatrica in Italia. Il soggetto era stato in carico al Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia per almeno un paio d’anni, per poi interrompere volontariamente i contatti. Nel nostro ordinamento, ispirato ai principi costituzionali di libertà e dignità recepiti dalla Legge 180, i trattamenti sanitari sono di norma volontari. Definire un programma terapeutico non significa inserire il paziente in un registro di sorvegliati speciali o limitarne la libertà di movimento, a meno che non ricorrano le condizioni eccezionali e temporanee per un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Il TSO può essere disposto solo in presenza di una grave alterazione psichica acuta, di una totale assenza di consapevolezza di malattia e del contestuale rifiuto di interventi terapeutici territoriali idonei. Nel caso in esame, non sussistevano elementi clinici o comportamenti manifesti che potessero giustificare legalmente un provvedimento coercitivo. Sebbene i servizi territoriali abbiano il compito etico di tentare il recupero dei pazienti che scelgono di interrompere le cure, tale attività di aggancio proattivo richiede una disponibilità straordinaria di tempo, di energie relazionali e di risorse economiche che i Dipartimenti di Salute Mentale, nelle attuali condizioni di drammatico sottofinanziamento, non sono fisicamente in grado di garantire.

L’iceberg del disagio giovanile e la solitudine della comunità individualista

La vicenda esistenziale di Salim El Koudri si iscrive in una traiettoria comune a troppi giovani nel nostro Paese. Ricostruendo il suo percorso scolastico emerge la figura di un ragazzo del tutto comune, inserito nel gruppo dei pari, la cui vita è andata incontro a una lenta e progressiva chiusura relazionale, culminata nell’isolamento totale, nella frustrazione per l’assenza di prospettive lavorative, nelle lunghe ore trascorse al computer. Questo isolamento progressivo non è un fenomeno puramente individuale, ma il sintomo di una società fortemente individualista in cui la rete comunitaria ha perso la capacità di riconoscere le prime manifestazioni di sofferenza e di disagio. Quando i canali di espressione e di inclusione sociale vengono meno, la frustrazione e la rabbia repressa dei soggetti più vulnerabili trovano sfogo in condotte distruttive ed eclatanti. L’illusione che l’intervento medico e la somministrazione di una terapia farmacologica possano sostituire il ruolo di accoglienza e di integrazione della comunità civile è il vero fallimento culturale della nostra epoca.

Il collasso finanziario della salute mentale pubblica in Italia

Da oltre 10 anni, la denuncia della SIEP si è rivolta con fermezza contro lo smantellamento sistematico della sanità pubblica e, in particolare, dei servizi destinati alla tutela della salute mentale. Nonostante le dichiarazioni ufficiali che rivendicano la centralità della psichiatria nell’agenda politica, nonostante il recente Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM 2025-2030), le scelte economiche del governo smentiscono clamorosamente tali proclami. La Legge di Bilancio 2026 ha stanziato ottanta milioni di euro per il primo anno, prevedendo una riduzione progressiva fino a una quota strutturale di appena trenta milioni di euro annui dal 2029. Si tratta di una cifra palesemente irrisoria, insufficiente a coprire persino il turnover del personale sanitario che andrà in pensione. L’insufficienza di risorse destinate al personale, stimata in meno di un decimo del fabbisogno reale, determina una paralisi operativa dei servizi territoriali. I Centri di Salute Mentale si trovano costretti a ridurre gli orari di apertura, mentre gli operatori sanitari, sottoposti a turni straordinari insostenibili, non dispongono del tempo necessario per costruire relazioni terapeutiche significative e progetti di reinserimento sociale. Questa carenza strutturale costringe le famiglie a farsi carico in totale solitudine di situazioni di estrema sofferenza, favorendo la cronicizzazione delle patologie e l’abbandono dei pazienti più complessi. La ripartizione della spesa per la salute mentale evidenzia inoltre una grave inefficienza distributiva: circa il cinquanta per cento delle risorse complessive viene consumato da una quota minima di pazienti storicamente “parcheggiati” all’interno di strutture residenziali, spesso prive di reali programmi riabilitativi orientati alle dimissioni e al recupero dell’autonomia. Nel frattempo, l’Italia continua a destinare alla salute mentale una quota della spesa sanitaria nazionale enormemente inferiore rispetto ai partner europei: solo il 2,6% rispetto a oltre il 10% di Francia Germania e Regno Unito.

Conclusioni e prospettive per la tutela della salute mentale

La tragedia di Modena deve segnare l’inizio di una decisa inversione di rotta che superi l’approccio securitario per restituire dignità e risorse alla salute mentale di comunità. La SIEP riafferma le linee strategiche indispensabili per scongiurare che l’ostilità sociale si traduca in una pericolosa deriva psicofobica, criminalizzando un’intera categoria di persone fragili che necessitano di ascolto, cura e inclusione. I dipartimenti di salute mentale non possono continuare a operare come meri gestori delle emergenze acute o dei ricoveri ospedalieri. È necessario ripensare radicalmente il funzionamento dei servizi, riorganizzandoli attorno al principio della prossimità e del coinvolgimento attivo dei cittadini e del terzo settore. L’integrazione delle attività terapeutiche con la socialità, la formazione, l’inserimento lavorativo e il supporto abitativo rappresenta l’unica via per spezzare il cerchio della solitudine e della marginalizzazione entro cui si sviluppa la sofferenza psichica. Per fare questo, occorre un impegno finanziario straordinario e strutturale da parte dello Stato e delle Regioni, che superi la logica del pareggio di bilancio per investire nella salute intesa come bene comune e fondamentale diritto costituzionale. Soltanto un sistema sanitario pubblico forte, capillarmente diffuso e dotato di personale qualificato e motivato può garantire la sicurezza e il benessere dell’intera comunità, dimostrando che la vera tutela dell’ordine pubblico comincia dalla cura dei cittadini più vulnerabili.

Fabrizio StaracePresidente Società di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP)
Rif. Segreteria SIEP (segreteriasiep@gmail.com)