Le evidenze disponibili suggeriscono che gli interventi precoci specialistici per gli esordi psicotici (Early Intervention Services, EIS) producono benefici clinicamente significativi nel breve-medio termine, generalmente durante i 2-3 anni di presa in carico intensiva. Numerosi studi hanno documentato una riduzione dei ricoveri, un miglioramento dei sintomi, una maggiore adesione ai trattamenti e migliori esiti funzionali rispetto alle cure standard. Tuttavia, rimane aperta la questione della persistenza di tali benefici nel lungo periodo. La recente meta-analisi di Salazar de Pablo e collaboratori, pubblicata su World Psychiatry, ha evidenziato che, dopo la conclusione dei programmi EIS, la maggior parte dei vantaggi inizialmente osservati tende ad attenuarsi fino a non differire significativamente dagli esiti ottenuti con i trattamenti standard, ad eccezione di una minore durata delle ospedalizzazioni (G. Salazar de Pablo, 2026).
Risultati analoghi erano già emersi dal follow-up dello studio danese OPUS, che aveva mostrato la scomparsa dei benefici clinici a distanza di anni dalla fine dell’intervento intensivo (Hansen et al., 2023). Questi dati suggeriscono che il problema non risiede tanto nell’efficacia degli EIS in fase precoce, quanto nella difficoltà di mantenere nel tempo i risultati raggiunti, sollevando interrogativi sulla necessità di prolungare o rimodulare l’intensità delle cure nelle fasi successive del decorso della psicosi.

Fonti

Salazar de Pablo G, Almeida J, Camacho J, et al. Do early intervention services for psychosis maintain their effects after transition to usual/modular care? A systematic review and meta-analysis. World Psychiatry 2026; 25: 95-104. https://doi.org/10.1002/wps.70012

Hansen HG, Starzer M, Nilsson SF, Hjorthøj C, Albert N, Nordentoft M. Clinical Recovery and Long-Term Association of Specialized Early Intervention Services vs Treatment as Usual Among Individuals With First-Episode Schizophrenia Spectrum Disorder: 20-Year Follow-up of the OPUS Trial. JAMA Psychiatry. 2023;80(4):371–379. doi:10.1001/jamapsychiatry.2022.5164