Segnaliamo un recente volume di Alessandro Grispini, psicoanalista e già primario nel Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 1, pubblicato recentemente e che ripropone il tema della psicoterapia istituzionale alla luce dell’evoluzione delle teorie e delle pratiche negli ultimi decenni.

La questione del rapporto tra psicoterapia e istituzioni psichiatriche attraversa da lungo tempo la storia della psichiatria e l’evoluzione dei servizi di salute mentale di comunità. In un contributo pubblicato sulla Rivista di Psicoanalisi, Foresti e Rossi Monti (2004) distinguevano due diverse tradizioni. Da un lato, quella di chi aveva ritenuto possibile introdurre direttamente nelle istituzioni il metodo psicoanalitico e, con esso, il suo dispositivo tecnico e materiale, il lettino; dall’altro, il filone della cosiddetta “psicoterapia istituzionale”, riconducibile a quegli “psichiatri e psicoanalisti senza divano” che non si proponevano di trasferire la psicoanalisi, in quanto tale, all’interno dei servizi, ma di fare in modo che l’attenzione alla dimensione relazionale trasformasse il sapere psichiatrico, l’approccio al paziente e, più complessivamente, la cultura dell’istituzione.

È soprattutto entro questa seconda tradizione che può essere collocata la proposta sviluppata nel volume, sebbene in un contesto profondamente mutato e con un significativo ampliamento di prospettiva. La questione, infatti, non è più soltanto quale posto possa trovare il sapere psicoterapeutico nell’istituzione psichiatrica, ma come costruire, nei servizi contemporanei, una cultura psicoterapeutica sufficientemente condivisa da diventare il terreno comune del lavoro di équipe. Una cultura, dunque, che non coincida con l’esercizio di una specifica psicoterapia né appartenga esclusivamente a chi possiede una formazione psicoterapeutica, ma informi trasversalmente il modo in cui le diverse figure professionali comprendono la domanda, costruiscono la relazione con il paziente, assumono decisioni e definiscono percorsi di cura.

È su questo passaggio che la proposta del volume acquista particolare attualità. In servizi nei quali i trattamenti risultano fortemente variabili e rischiano di essere sempre più orientati alla sola riduzione dei sintomi, recuperare una dimensione psicoterapeutica non significa infatti aggiungere una prestazione specialistica alle altre, né tentare di riprodurre nel servizio pubblico il setting della psicoterapia individuale. Significa, piuttosto, interrogarsi su quale possa essere oggi una funzione psicoterapeutica dell’istituzione e sulle condizioni concrete che consentano di renderla patrimonio condiviso dell’équipe e componente sostenibile della pratica quotidiana.

Il libro adotta uno stile di base trasversale per costruire, comprendere e gestire le relazioni e averne una visione dinamica, descrive un metodo di ascolto della domanda di aiuto e un’azione terapeutica sostenibile in un setting specifico quale è il servizio pubblico. Particolare rilievo viene dato alle capacità di negoziazione e di condivisione delle decisioni nelle varie aree e presidi che compongono la complessità della domanda afferente ai servizi di salute mentale.

Per approfondire
Alessandro Grispini. Psicoterapia istituzionale diffusa. Un metodo per i servizi di salute mentale https://www.carocci.it/prodotto/psicoterapia-istituzionale-diffusa. Carocci Editore
Foresti G, Rossi Monti M. La “psicoterapia istituzionale” trent’anni dopo. Rivista di Psicoanalisi 2004; 50:233-249