Il programma RER-FEP (Regione Emilia-Romagna, 2013-2019) offre uno dei rari sguardi su cosa succede quando un modello di intervento precoce per la psicosi esce dal contesto controllato del trial e viene calato nella pratica ordinaria dei DSM. Tarricone e colleghi hanno seguito 1085 pazienti tra 18 e 35 anni per una media di 2,5 anni, incrociando i dati del programma con quelli amministrativi regionali: oltre 3000 ricoveri e più di 200.000 prestazioni tracciate. Lo studio, da poco pubblicato su Schizophrenia Research, organizza i risultati attorno a tre assi: tempestività, specificità e equità.

Sul piano clinico i numeri sono netti. Il punteggio HoNOS medio scende da 18,7 a 11,2, con il calo più marcato nei primi sei mesi di presa in carico, la finestra in cui la letteratura colloca il “periodo critico” del recupero. Ma il dato che vale la pena guardare da vicino è un altro: chi ha ricevuto più di 36 interventi specifici per la psicosi all’esordio (CBT, psicoeducazione) ha il 74% di probabilità in più di raggiungere la remissione clinica rispetto a chi ne ha ricevuti meno. Non basta quindi essere dentro un programma di intervento precoce: conta cosa succede dentro quel programma. La quantità di contatti col servizio, da sola, non prediceva la remissione; a fare la differenza era la componente “specifica” del trattamento.

Sulla tempestività, i dati confermano quanto già noto ma con una cornice di popolazione reale, non selezionata: ogni mese di durata di psicosi non trattata (DUP) riduce le odds di remissione del 4% (OR 0,96), e chi supera i 9 mesi di DUP parte da un HoNOS più alto e arriva più alto anche a fine follow-up.

Il terzo asse, l’equità, è quello che dà allo studio il suo taglio più originale. Il tasso di remissione complessivo è del 34,1%, sensibilmente più basso del 54% riportato dalla metanalisi di Catalan et al. (2021): una differenza che gli autori attribuiscono in parte a criteri di remissione diversi (soglia HoNOS ≤8 contro criteri sintomatologici), ma anche alla natura non selezionata del campione, che include persone con background sociale complesso normalmente escluse dai trial. Chi ha cittadinanza straniera mantiene punteggi di gravità più alti a fine percorso pur partendo da una base simile; chi è single o ha meno di 8 anni di istruzione ha odds di remissione più basse (rispettivamente OR 0,47 e OR 1,99 a favore di chi ha più istruzione). Un dato in controtendenza riguarda l’uso di sostanze: i pazienti con uso di sostanze all’ingresso, spesso considerati a rischio di scarsa aderenza, mostrano il miglioramento maggiore nella sottoscala comportamentale, segno che l’approccio multicomponenziale riesce a intercettare anche i profili più complessi.

Il messaggio per chi programma servizi è diretto: un programma di esordio psicotico funziona quando integra rapidità di accesso, interventi evidence-based erogati con continuità e un’attenzione esplicita ai fattori di svantaggio sociale. La sola presenza del servizio non basta a garantire equità negli esiti, e la persistenza del gap legato a cittadinanza e istruzione, anche dentro un programma ben strutturato, indica che serve un’azione mirata su chi parte più svantaggiato, non solo un’offerta standardizzata uguale per tutti.

Fonte
Ilaria Tarricone, Ornella Bettinardi, Emanuela Leuci, Clara Parmeggiani, Francesco Giovinazzi, Fabio Lucchi, Alessio Saponaro, Fabrizio Starace. Real-world effectiveness of a multicomponent early intervention program for first episode psychosis in Emilia Romagna (Italy): Timeliness, specificity and fairness https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0920996426002264 . Schizophrenia Research 2026; 296:227–234. DOI: 10.1016/j.schres.2026.07.017